Non tutti e non sempre, ovviamente. Ma direi che una buona parte dei nostri figli adottivi porta con sé una cospicua dote di rabbia. Del resto, provate a pensare se capitasse a voi: abbandonati dai genitori biologici per i motivi più disparati (mai troppo edificanti), sradicati dai paesi d’origine, catapultati dall’altra parte del mondo, costretti a cambiare lingua, orari, abitudini alimentari, abiti, modi, tutto insomma. C’è di che essere parecchio seccati … Ricordo che all’inizio Sofia – la più grande – faceva di tutto per rendersi insopportabile: si sporgeva dal balcone fin quasi a cadere, rapiva accendini per poi fiondarsi nella pila dei rotoli di carta igienica, non disdegnava né il lancio né la distruzione di qualsivoglia oggetto, insomma un campionario di nefandezze degno dei migliori monelli. Anche gli altri due scapricciavano niente male, ma in Sofia c’era una rabbia diversa, quella di chi è un po’ più grande, capisce più cose, e allo stesso tempo non ci sta capendo nulla.
Con il tempo tantissime cose sono cambiate, non è più quella bambina arrabbiata degli inizi, ma ogni tanto riemerge, poderosa, quella rabbia antica. L’altro giorno, per esempio, ha reagito a un divieto – quello di angariare il fratello, nello specifico – dicendo: “Sai che c’è? Me ne vado di casa”. E il bello è che ha preso la porta e se n’è andata. Le sono corsa dietro e l’ho riportata per un braccio dentro casa – non una bella scena, me ne rendo conto, ma non c’erano tante alternative. “Adesso ti siedi su quella sedia e rifletti sulla sciocchezza che hai appena fatto”, le ho detto. “Io faccio quello che mi pare – mi ha risposto – se decido di andare via me ne vado”. “Niente affatto mia cara, tu non decidi un bel niente”. “E chi decide, tu?”, ha replicato con fare provocatorio. “Esattamente, decido io”, le ho detto parandomi davanti alla porta. “E perché tu?” “Perché sono tua madre”. Dopo aver pronunciato questa frase volevo tapparmi le orecchie per non sentire la risposta (“Tu non sei mia madre” era servita su un piatto d’argento), ma incredibilmente non l’ha pronunciata (vabbè è piccola, lo so, ci sarà tempo, ma intanto non l’ha detta).
Un sistema che funziona è dar loro ragione anche quando non è richiesto: “Hai ragione a essere arrabbiata, hai ragione a piangere, hai ragione a essere triste, anche io al tuo posto mi sentirei così”. L’ho sperimentato dopo la tentata fuga e ho notato che Sofia si è subito sentita sollevata. Si calmano subito quando sentono che sei dalla loro parte, che non sono lasciati soli nel momento dello smarrimento. Il problema spesso è nostro, che non capiamo quanto i nostri figli abbiano bisogno di essere rassicurati, consolati, aiutati. Quella frase perniciosa che spesso i genitori adottivi si sentono ripetere – “ma quanto siete bravi” – ha un effetto particolarmente negativo proprio nella misura in cui pensiamo che al fondo, magari in una piccola parte, sia vera. E invece non siamo bravi per niente, spesso siamo impazienti e nervosi, altre volte siamo incapaci di ascoltare i nostri figli, o distratti o eccessivamente concentrati su noi stessi. A essere davvero bravi sono loro, i nostri figli, che ogni giorno trasformano il mondo.


